quarta-feira, 9 de setembro de 2009

ALL'UDIENZA GENERALE IL PAPA PARLA DELL'OPERA SVOLTA DA SAN PIER DAMIANI PER IL RINNOVAMENTO DELLA CHIESA

Nessun compromesso col male
sulla strada della santità

La vita di san Pier Damiani è "un richiamo per tutti a camminare verso la santità, liberi da ogni compromesso col male". Lo ha sottolineato il Papa nella catechesi dell'udienza generale svoltasi mercoledì 9 settembre, nell'Aula Paolo VI.


Cari fratelli e sorelle,
durante le catechesi di questi mercoledì sto trattando di alcune grandi figure della vita della Chiesa fin dalle sue origini. Oggi vorrei soffermarmi su una delle più significative personalità del secolo XI, san Pier Damiani, monaco, amante della solitudine e, insieme, intrepido uomo di Chiesa, impegnato in prima persona nell'opera di riforma avviata dai Papi del tempo. Nacque a Ravenna nel 1007 da famiglia nobile, ma disagiata. Rimasto orfano di ambedue i genitori, visse un'infanzia non priva di stenti e di sofferenze, anche se la sorella Roselinda si impegnò a fargli da mamma e il fratello maggiore Damiano lo adottò come figlio. Proprio per questo sarà poi chiamato Piero di Damiano, Pier Damiani. La formazione gli venne impartita prima a Faenza e poi a Parma, dove, già all'età di 25 anni, lo troviamo impegnato nell'insegnamento. Accanto ad una buona competenza nel campo del diritto, acquisì una raffinata perizia nell'arte del comporre - l'ars scribendi - e, grazie alla sua conoscenza dei grandi classici latini, diventò "uno dei migliori latinisti del suo tempo, uno dei più grandi scrittori del medioevo latino" (J. Leclercq, Pierre Damien, ermite et homme d'Église, Roma 1960, p. 172).
Si distinse nei generi letterari più diversi: dalle lettere ai sermoni, dalle agiografie alle preghiere, dai poemi agli epigrammi. La sua sensibilità per la bellezza lo portava alla contemplazione poetica del mondo. Pier Damiani concepiva l'universo come una inesauribile "parabola" e una distesa di simboli, da cui partire per interpretare la vita interiore e la realtà divina e soprannaturale. In questa prospettiva, intorno all'anno 1034, la contemplazione dell'assoluto di Dio lo spinse a staccarsi progressivamente dal mondo e dalle sue realtà effimere, per ritirarsi nel monastero di Fonte Avellana, fondato solo qualche decennio prima, ma già famoso per la sua austerità. Ad edificazione dei monaci egli scrisse la Vita del fondatore, san Romualdo di Ravenna, e s'impegnò al tempo stesso ad approfondirne la spiritualità, esponendo il suo ideale del monachesimo eremitico.
Un particolare va subito sottolineato: l'eremo di Fonte Avellana era dedicato alla Santa Croce, e la Croce sarà il mistero cristiano che più di tutti gli altri affascinerà Pier Damiani. "Non ama Cristo, chi non ama la croce di Cristo", afferma (Sermo XVIIi, 11, p. 117) e si qualifica come: "Petrus crucis Christi servorum famulus - Pietro servitore dei servitori della croce di Cristo" (Ep, 9, 1). Alla Croce Pier Damiani rivolge bellissime orazioni, nelle quali rivela una visione di questo mistero che ha dimensioni cosmiche, perché abbraccia l'intera storia della salvezza: "O beata Croce - egli esclama - ti venerano, ti predicano e ti onorano la fede dei patriarchi, i vaticini dei profeti, il senato giudicante degli apostoli, l'esercito vittorioso dei martiri e le schiere di tutti i santi" (Sermo xlviii, 14, p. 304). Cari fratelli e sorelle, l'esempio di san Pier Damiani spinga anche noi a guardare sempre alla Croce come al supremo atto di amore di Dio nei confronti dell'uomo, che ci ha donato la salvezza.
Per lo svolgimento della vita eremitica, questo grande monaco redige una Regola in cui sottolinea fortemente il "rigore dell'eremo": nel silenzio del chiostro, il monaco è chiamato a trascorrere una vita di preghiera, diurna e notturna, con prolungati ed austeri digiuni; deve esercitarsi in una generosa carità fraterna e in un'obbedienza al priore sempre pronta e disponibile. Nello studio e nella meditazione quotidiana della Sacra Scrittura, Pier Damiani scopre i mistici significati della parola di Dio, trovando in essa nutrimento per la sua vita spirituale. In questo senso egli qualifica la cella dell'eremo come "parlatorio dove Dio conversa con gli uomini". La vita eremitica è per lui il vertice della vita cristiana, è "al culmine degli stati di vita", perché il monaco, ormai libero dai legami del mondo e del proprio io, riceve "la caparra dello Spirito Santo e la sua anima si unisce felice allo Sposo celeste" (Ep 18, 17; cfr. Ep 28, 43 ss.). Questo risulta importante oggi pure per noi, anche se non siamo monaci: saper fare silenzio in noi per ascoltare la voce di Dio, cercare, per così dire un "parlatorio" dove Dio parla con noi:
Apprendere la Parola di Dio nella preghiera e nella meditazione è la strada della vita.
San Pier Damiani, che sostanzialmente fu un uomo di preghiera, di meditazione, di contemplazione, fu anche un fine teologo: la sua riflessione sui diversi temi dottrinali lo porta a conclusioni importanti per la vita. Così, ad esempio, espone con chiarezza e vivacità la dottrina trinitaria utilizzando già, sulla scorta dei testi biblici e patristici, i tre termini fondamentali, che sono poi divenuti determinanti anche per la filosofia dell'Occidente, processio, relatio e persona (cfr. Opusc. xxXVIIi: PL cxlv, 633-642; e Opusc. ii e iii: ibid., 41ss e 58ss). Tuttavia, poiché l'analisi teologica del mistero lo conduce a contemplare la vita intima di Dio e il dialogo d'amore ineffabile tra le tre divine Persone, egli ne trae conclusioni ascetiche per la vita in comunità e per gli stessi rapporti tra cristiani latini e greci, divisi su questo tema. Pure la meditazione sulla figura di Cristo ha riflessi pratici significativi, essendo tutta la Scrittura centrata su di Lui. Lo stesso "popolo dei giudei, - annota san Pier Damiani - attraverso le pagine della Sacra Scrittura, ha come portato Cristo sulle spalle" (Sermo xlvi, 15). Cristo pertanto, egli aggiunge, deve essere al centro della vita del monaco: "Cristo sia udito nella nostra lingua, Cristo sia veduto nella nostra vita, sia percepito nel nostro cuore" (Sermo viii, 5). L'intima unione con Cristo impegna non solo i monaci, ma tutti i battezzati. Troviamo qui un forte richiamo anche per noi a non lasciarci assorbire totalmente dalle attività, dai problemi e dalle preoccupazioni di ogni giorno, dimenticandoci che Gesù deve essere veramente al centro della nostra vita.
La comunione con Cristo crea unità d'amore tra i cristiani. Nella lettera 28, che è un geniale trattato di ecclesiologia, Pier Damiani sviluppa una profonda teologia della Chiesa come comunione. "La Chiesa di Cristo - egli scrive - è unita dal vincolo della carità a tal punto che, come è una in più membri, così è tutta intera misticamente nel singolo membro; cosicché l'intera Chiesa universale si denomina giustamente unica Sposa di Cristo al singolare, e ciascuna anima eletta, per il mistero sacramentale, viene considerata pienamente Chiesa". È importante questo: non solo che l'intera Chiesa universale sia unita, ma in ognuno di noi dovrebbe essere presente la Chiesa nella sua totalità. Così il servizio del singolo diventa "espressione dell'universalità" (Ep 28, 9-23). Tuttavia l'immagine ideale della "santa Chiesa" illustrata da Pier Damiani non corrisponde - lo sapeva bene - alla realtà del suo tempo. Per questo non teme di denunziare lo stato di corruzione esistente nei monasteri e tra il clero, a motivo, soprattutto, della prassi del conferimento, da parte delle Autorità laiche, dell'investitura degli uffici ecclesiastici: diversi vescovi e abati si comportavano da governatori dei propri sudditi più che da pastori d'anime. Non di rado la loro vita morale lasciava molto a desiderare. Per questo, con grande dolore e tristezza, nel 1057 Pier Damiani lascia il monastero e accetta, pur con difficoltà, la nomina a Cardinale Vescovo di Ostia, entrando così pienamente in collaborazione con i Papi nella non facile impresa della riforma della Chiesa. Ha visto che non era sufficiente contemplare e ha dovuto rinunciare alla bellezza della contemplazione per portare il proprio aiuto nell'opera di rinnovamento della Chiesa. Ha rinunciato così alla bellezza dell'eremo e con coraggio ha intrapreso numerosi viaggi e missioni.
Per il suo amore alla vita monastica, dieci anni dopo, nel 1067, ottiene il permesso di tornare a Fonte Avellana, rinunciando alla diocesi di Ostia. Ma la sospirata quiete dura poco: già due anni dopo viene inviato a Francoforte nel tentativo di evitare il divorzio di Enrico iv dalla moglie Berta; e di nuovo due anni dopo, nel 1071, va a Montecassino per la consacrazione della chiesa abbaziale e agli inizi del 1072 si reca a Ravenna per ristabilire la pace con l'Arcivescovo locale, che aveva appoggiato l'antipapa provocando l'interdetto sulla città. Durante il viaggio di ritorno al suo eremo, un'improvvisa malattia lo costringe a fermarsi a Faenza nel monastero benedettino di Santa Maria Vecchia fuori porta, e lì muore nella notte tra il 22 e il 23 febbraio del 1072.
Cari fratelli e sorelle, è una grande grazia che nella vita della Chiesa il Signore abbia suscitato una personalità così esuberante, ricca e complessa, come quella di san Pier Damiani e non è comune trovare opere di teologia e di spiritualità così acute e vive come quelle dell'eremita di Fonte Avellana. Fu monaco fino in fondo, con forme di austerità, che oggi potrebbero sembrarci persino eccessive. In tal modo, però, egli ha fatto della vita monastica una testimonianza eloquente del primato di Dio e un richiamo per tutti a camminare verso la santità, liberi da ogni compromesso col male. Egli si consumò, con lucida coerenza e grande severità, per la riforma della Chiesa del suo tempo. Donò tutte le sue energie spirituali e fisiche a Cristo e alla Chiesa, restando però sempre, come amava definirsi, Petrus ultimus monachorum servus, Pietro, ultimo servo dei monaci.

Fonte: ©L'Osservatore Romano - 10 settembre 2009

terça-feira, 8 de setembro de 2009

CLARETIANOS ENCERRAM XXIV CAPÍTULO


Concluiu-se, no passado Sábado, dia 05 de Setembro, em Roma, no Claretianum, o Capítulo Geral dos Missionários Filhos do Imaculado Coração de Maria (Missionários Claretianos).
Tendo iniciado no dia 10 de Agosto, o acontecimento contou com a presença de cerca de 78 capitulares provenientes dos cinco continentes. Em representação da Província Portuguesa (que engloba Portugal, Angola e São Tomé e Príncipe) estiveram presentes os Padres Artur Teixeira, enquanto Superior Provincial, e Carlos Ângelo Ferreira, como Delegado Capitular.
Na reunião magna os missionários foram desafiados a “viver a identidade claretiana, hoje, neste momento particular da história da humanidade, da Igreja e da Congregação”, explica um comunicado os padre capitulares, que adianta ainda a interpelação deixada à Congregação.
Os missionários foram “interpelados a reavivar o fogo do amor de Deus na sua existência”, apostando na “dimensão teologal e mística da sua vocação missionária e fazendo uma opção pela comunidade e pela formação continuada”. A segunda interpelação visa realizar a missão a partir de “uma chave de amor como «missio Dei», «missio intergentes» e missão partilhada”, colocando a Palavra de Deus “no dinamismo da missão nas suas diversas expressões e potenciando de maneira significativa a dedicação à evangelização das novas gerações e à pastoral vocacional”. Por último, a Congregação foi desafiada a “partilhar com as gerações claretianas do futuro, qualificando os processos de formação inicial e de preparação dos formadores”.
Os trabalhos compreenderam três fases. Os presentes detiveram-se, inicialmente, na análise e avaliação das memórias de governo e econômica. Foi ainda eleito o Superior Geral e o restante governo (na foto), abrindo depois espaço para a reflexão prospectiva da vida da congregação para os próximos seis anos.
Para isso, o Capítulo centrou a sua reflexão no documento pré-capitular que na versão definitiva se intitula «Chamados a evangelizar. Como viver a vocação missionária, hoje».
“Partindo das interpelações que Deus dirige, hoje, aos Missionários Claretianos, na realidade do nosso mundo, da Igreja e da própria Congregação deseja-se responder desde o âmbito da vida pessoal e comunitária e nas várias equipas de ação pastoral a essas mesmas interpelações”, expressa o comunicado.
Presentes nos cinco continentes, os Missionários Claretianos são atualmente cerca de 3100. A Província Portuguesa conta com cerca de 90 membros, presentes em 13 comunidades: Porto, V.N. Gaia-Carvalhos, Tondela, Fátima, Lisboa, Cacém, Setúbal, Alvor, São Tomé e Príncipe, Luanda e Lubango.
Fonte: Agência Ecclesia – 08/09/09

segunda-feira, 7 de setembro de 2009

BENTO XVI LEMBROU II GUERRA MUNDIAL

Papa em visita pastoral a Viterbo e Bagnoregio, na Itália
Bento XVI deixou este Domingo, em Viterbo, um apelo às religiões de todo o mundo, para que contribuam para construir a paz.
O Papa falava no final da Missa a que presidiu na cidade italiana, referindo-se ao Congresso "Homens e religiões", em Cracóvia, que assinala os 70 anos do início da II Guerra Mundial. A iniciativa junta numerosas personalidades e representantes de várias religiões, convidados pela arquidiocese de Cracóvia e pela Comunidade de Santo Egídio, para refletirem e rezarem a favor da paz.
Bento XVI disse que “não podemos deixar de recordar os dramáticos fatos que deram início a um dos mais terríveis conflitos da história, que causaram dezenas de milhões de mortos e tantos sofrimentos provocaram ao amado povo polaco; um conflito que viu a tragédia do Holocausto e o extermínio de outras fileiras de inocentes”.
“Que a memória destes acontecimentos nos leve a rezar pelas vítimas e por aqueles que continuam feridos no corpo e no coração. Seja também, para todos, uma advertência a não repetir tais barbáries e a intensificar esforços para construir no nosso tempo, ainda assinalado por conflitos e confrontos, uma paz duradoura, transmitindo às novas gerações uma cultura e um estilo de vida caracterizados pelo amor, pela solidariedade e pela estima do outro”, acrescentou.
Neste contexto, disse o Papa, é especialmente importante o contributo que podem e devem dar as Religiões: “Nesta perspectiva, é particularmente importante o contributo que as Religiões podem e devem dar para promover o perdão e a reconciliação contra a violência, o racismo, o totalitarismo e o extremismo que deturpam a imagem do Cristo no homem, cancelam o horizonte de Deus e, em conseqüência, conduzem ao desprezo do próprio homem”.
“Que o Senhor nos ajude a construir a paz, partindo do amor e da compreensão recíproca”, concluiu.
Chegado a Viterbo, de helicóptero, proveniente de Castel Gandolfo, o Papa presidiu, numa esplanada, à Eucaristia dominical. Comentando as leituras do dia, Bento XVI observou que “o deserto – na sua linguagem simbólica – pode evocar acontecimentos dramáticos, situações difíceis e a solidão que tantas vezes assinala a nossa vida”. Mas "o deserto mais profundo é o coração humano, quando perde a capacidade de escutar, de falar, de comunicar com Deus e com os outros. A pessoa torna-se cega, incapaz de ver a realidade; fecham-se os ouvidos para não escutar o grito de quem implora ajuda; o coração endurece-se na indiferença e no egoísmo”.
Para o Papa “tudo está destinado a mudar. A ‘terra árida’ será irrigada por uma nova linfa divina. E quando vem, aos de coração abatido de qualquer época, o Senhor diz com autoridade: Coragem, não temais!”
Bento XVI referiu-se ao episódio evangélico em que Jesus cura, em terra pagã, um surdo-mudo, começando por o acolher e “ocupando-se dele antes de mais com a linguagem dos gestos, mais imediatos do que as palavras”.
“Podemos ver neste sinal o ardente desejo de Jesus de vencer no homem a solidão e incomunicabilidade criadas pelo egoísmo, para dar rosto a uma nova humanidade, a humanidade da escuta e da palavra, do diálogo, da comunicação, da comunhão com Deus. Uma humanidade boa, como boa é toda a criação de Deus: uma humanidade sem discriminações, sem exclusões – como adverte o apóstolo Tiago na sua Carta – de tal modo que o mundo seja verdadeiramente e para todos campo de genuína fraternidade, na abertura, no amor pelo Pai comum que nos criou e nos fez seus filhos e filhas", prosseguiu.
Exemplos vivos desta “humanidade boa” e de “verdadeira fraternidade” são os santos, sublinhou o Papa, evocando diversas figuras bem conhecidos dos viterbeses. Depois de sublinhar a importância do testemunho cristão dos leigos, “nos diversos âmbitos da sociedade, nas múltiplas situações da existência humana”, Bento XVI exortou os fiéis a um empenho concreto em favor do desenvolvimento humano integral de todos e cada um.
A concluir a Missa, pouco antes do meio-dia, o Papa recitou, como todos os domingos, a oração mariana do Angelus, precedida da costumada alocução. Bento XVI recordou que esta diocese de Viterbo se caracteriza, desde há muitos séculos, por “um especial vínculo de afeto e de comunhão com o Sucessor de Pedro”.
“Viterbo é justamente chamada Cidade dos Papas, e isto constitui para vós um estímulo a viver e testemunhar a fé cristã, a mesma fé pela qual deram a vida os santos mártires Valentino e Hilário, conservados na Igreja Catedral, como os primeiros de uma longa série de Santos, Mártires e Bem-aventurados da vossa terra”, precisou.
Tendo pedido aos fiéis orações “para poder desempenhar sempre com fidelidade e amor a missão de Pastor de todo o rebanho de Cristo”, o Papa assegurou que rezará por esta “comunidade diocesana”.
De tarde, Bento XVI desloca-se ao santuário da padroeira da diocese de Viterbo, nos arredores da cidade, onde terá um encontro com as religiosas de clausura. Partirá depois, de helicóptero, para Bagnoregio, onde numa praça central da cidade, dirigirá a palavra aos habitantes desta que é a terra natal de São Boaventura. O regresso a Castel Gandolfo terá lugar ao fim da tarde.
Fonte: Agência Ecclesia - 07/09/09

VISITA "AD LIMINA APOSTOLORUM" DEGLI ECC. MI PRESULI DELLA CONFERENZA EPISCOPALE DEL BRASILE

LE UDIENZE, 07.09.2009

Il Santo Padre Benedetto XVI ha ricevuto questa mattina in Udienza, nel Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo:

S.E. Mons. Nikola Eterović, Arcivescovo tit. di Sisak, Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi;
S.E. Mons. Leonardo Ulrich Steiner, Prelato di São Félix (Brasile), in Visita "ad limina Apostolorum";
Gruppo degli Ecc.mi Presuli della Conferenza Episcopale del Brasile (Ovest 1-2), in Visita "ad limina Apostolorum".

VISITA "AD LIMINA APOSTOLORUM" DEGLI ECC. MI PRESULI DELLA CONFERENZA EPISCOPALE DEL BRASILE (OVEST 1-2), 07.09.2009

Alle ore 12.00 di questa mattina, nel Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo, il Santo Padre Benedetto XVI incontra i Presuli della Conferenza Episcopale del Brasile (Regioni Ovest 1 e Ovest 2), ricevuti in questi giorni, in separate udienze, in occasione della Visita "ad limina Apostolorum", e rivolge loro il discorso che riportiamo di seguito:

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Queridos Irmãos no Episcopado,
Com sentimentos de íntima alegria e amizade, acolho e saúdo a todos e cada um de vós, amados Pastores dos Regionais Oeste 1 e 2 no âmbito da Conferência Nacional dos Bispos do Brasil. Com o vosso grupo, abre-se a longa peregrinação dos membros desta Conferência Episcopal em visita ad limina Apostolorum, que me dará ocasião de conhecer melhor a realidade das respectivas comunidades diocesanas. Serão jornadas de partilha fraterna para refletirmos juntos sobre as questões que vos preocupam. Um momento profundamente esperado desde aqueles inesquecíveis dias de maio de dois mil e sete, em que durante a minha visita ao vosso país pude experimentar todo o carinho do povo brasileiro pelo Sucessor de Pedro e, de modo especial, quando tive a possibilidade de abraçar com o olhar todo episcopado desta grande nação no encontro na catedral da Sé, em São Paulo.
Com efeito, só o coração grande de Deus pode conhecer, guardar e reger a multidão de filhos e filhas que Ele mesmo gerou na vastidão imensa do Brasil. Ao longo dos nossos colóquios destes dias, emergiam alguns desafios e problemas que enfrentais, como o Arcebispo de Campo Grande referia ao início deste nosso encontro. Impressionam as distâncias que vós mesmos, juntamente com vossos sacerdotes e demais agentes missionários, tendes de percorrer para servir e animar pastoralmente os respectivos fiéis, muitos deles a braços com problemas próprios duma urbanização relativamente recente onde o Estado nem sempre consegue ser um instrumento de promoção da justiça e do bem comum. Não vos desanimeis! Lembrai-vos que o anúncio do Evangelho e a adesão aos valores cristãos, como afirmei recentemente na Encíclica Caritas in Veritate «é um elemento útil e mesmo indispensável para a construção duma boa sociedade e dum verdadeiro desenvolvimento humano integral» (n. 4). Obrigado, Senhor Dom Vitório, pelas amáveis palavras e devotados sentimentos que me dirigiu em nome de todos e que me apraz retribuir com votos de paz e prosperidade para o povo brasileiro neste significativo dia da sua Festa Nacional.
Como Sucessor de Pedro e Pastor universal, posso assegurar-vos que o meu coração vive dia a dia as vossas inquietudes e canseiras apostólicas, não cessando de lembrar junto de Deus os desafios que enfrentais no crescimento das vossas comunidades diocesanas. Em nossos dias, e concretamente no Brasil, os trabalhadores na Messe do Senhor continuam a ser poucos para a colheita que é grande (cf. Mt 9, 36-37). Não obstante a carência sentida, é verdadeiramente essencial uma adequada formação daqueles que são chamados a servir o Povo de Deus. Por essa razão, no âmbito do Ano Sacerdotal em curso, permiti que me detenha hoje a refletir convosco, amados Bispos do Oeste brasileiro, sobre a solicitude qualificativa do vosso ministério episcopal que é a geração de novos pastores.
Embora seja Deus o único capaz de semear no coração humano a chamada para o serviço pastoral do seu povo, todos os membros da Igreja deveriam interrogar-se sobre a urgência íntima e o real empenho com que sentem e vivem esta causa. Um dia, quando alguns dos discípulos temporizavam observando que faltavam «ainda quatro meses» para a colheita, Jesus rebateu: «Pois eu vos digo: Levantai os olhos e vede os campos, como estão dourados, prontos para a colheita» (Jo 4, 35). Deus não vê como o homem! A pressa do bom Deus é ditada pelo seu desejo de que «todos os homens se salvem e cheguem ao conhecimento da verdade» (1 Tm 2,4). Há tantos que parecem querer consumir a vida toda em um minuto, outros que vagueiam no tédio e na inércia, ou abandonam-se a violências de todo gênero. No fundo, não passam de vidas desesperadas à procura da esperança, como o demonstra uma difusa embora às vezes confusa exigência de espiritualidade, uma renovada busca de pontos de referência para retomar a estrada da vida.
Prezados Irmãos, nos decênios sucessivos ao Concílio Vaticano II, alguns interpretaram a abertura ao mundo, não como uma exigência do ardor missionário do Coração de Cristo, mas como uma passagem à secularização, vislumbrando nesta alguns valores de grande densidade cristã como igualdade, liberdade, solidariedade, mostrando-se disponíveis a fazer concessões e descobrir campos de cooperação. Assistiu-se assim a intervenções de alguns responsáveis eclesiais em debates éticos, correspondendo às expectativas da opinião pública, mas deixou-se de falar de certas verdades fundamentais da fé, como do pecado, da graça, da vida teologal e dos novíssimos. Insensivelmente caiu-se na auto-secularização de muitas comunidades eclesiais; estas, esperando agradar aos que não vinham, viram partir, defraudados e desiludidos, muitos daqueles que tinham: os nossos contemporâneos, quando vêm ter conosco, querem ver aquilo que não vêem em parte alguma, ou seja, a alegria e a esperança que brotam do fato de estarmos com o Senhor ressuscitado.
Atualmente há uma nova geração já nascida neste ambiente eclesial secularizado que, em vez de registrar abertura e consensos, vê na sociedade o fosso das diferenças e contraposições ao Magistério da Igreja, sobretudo em campo ético, alargar-se cada vez mais. Neste deserto de Deus, a nova geração sente uma grande sede de transcendência.
São os jovens desta nova geração que batem hoje à porta do Seminário e que necessitam encontrar formadores que sejam verdadeiros homens de Deus, sacerdotes totalmente dedicados à formação, que testemunhem o dom de si à Igreja, através do celibato e da vida austera, segundo o modelo do Cristo Bom Pastor. Assim esses jovens aprenderão a ser sensíveis ao encontro com o Senhor, na participação diária da Eucaristia, amando o silêncio e a oração, procurando, em primeiro lugar, a glória de Deus e a salvação das almas. Amados Irmãos, como sabeis, é tarefa do Bispo estabelecer os critérios essenciais para a formação dos seminaristas e dos presbíteros na fidelidade às normas universais da Igreja: neste espírito devem ser desenvolvidas as reflexões sobre este tema, objeto da assembléia plenária da vossa Conferência Episcopal, em abril passado.
Certo de poder contar com o vosso zelo no tocante à formação sacerdotal, convido todos Bispos, seus sacerdotes e seminaristas a reproduzirem na vida a caridade de Cristo Sacerdote e Bom Pastor, como fez o Santo Cura d’Ars. E, como ele, tomem por modelo e proteção da própria vocação a Virgem Mãe, que correspondeu de um modo único ao chamado de Deus, concebendo no seu coração e na sua carne o Verbo feito homem para doá-lo à humanidade. Às vossas dioceses, com uma cordial saudação e a certeza da minha oração, levai uma paterna Bênção Apostólica.
Fonte: Vaticano

EVANGELHO SEGUNDO S. LUCAS 6,6-11

Comentário ao Evangelho do dia feito por : Santo Ambrósio (c. 340-397), bispo de Milão e Doutor da Igreja - Comentário sobre o Evangelho de S. Lucas, V, 39 (a partir da trad. SC, p.197 rev.)

«Encontrava-se ali um homem cuja mão direita estava paralisada»A mão que Adão estendera para colher os frutos da árvore proibida, impregnou-a o Senhor da seiva salutar das boas obras, para que, estando ressequida pelo erro, fosse então curada pelas boas obras. Naquela ocasião, Cristo ataca os seus adversários, que com falsas interpretações violavam os princípios da Lei; julgavam eles que o sábado devia ser observado como dia de descanso, não se permitindo o trabalho, nem mesmo a realização de boas obras.
Mas a Lei prefigurou no presente o aspecto do futuro onde, seguramente, será o mal a não trabalhar, não o bem [...].Ouviste pois as palavras do Senhor: «Estende a tua mão». Eis o remédio para todo o homem. E tu, que crês ter a mão sã, toma cuidado para que a avareza, o sacrilégio, não a paralise. Estende-a pois, sempre: estende-a a esse pobre que te implora auxílio, estende-a para ajudares o teu próximo, para socorreres a viúva, para arrancares da injustiça aquele que vês submetido a uma imerecida vexação; estende-a a Deus, pelos teus pecados. Assim se deve estender a mão ; e assim ela será curada.

CONHECER E VIVER A "PALAVRA DE DEUS"

Que a Palavra de Deus seja mais conhecida, acolhida e vivida como fonte de liberdade e alegria. [Intenção Geral do Santo Padre para o mês de SETEMBRO]

1. Palavra de Deus
Que impacto tem esta expressão (ou a equivalente, Palavra do Senhor) nos cristãos que a escutam durante a celebração eucarística? Sentirão, ao menos, um formigueiro na pele, perante tão inaudita proclamação? Ou estarão já insensíveis, tal é a falta de novidade do anúncio? Para muitos, também entre os cristãos, a Palavra de Deus é, hoje, apenas mais uma «palavra» e, não raro, nem sequer tão pertinente como outras que disputam a atenção, o compromisso e a fé dos homens e mulheres deste tempo. Ficou reduzida a mais um na cacofonia dos discursos que solicitam a nossa adesão, mesmo se apenas por breves instantes, até aparecer a novidade seguinte. Conhecer, acolher e viver a Palavra de Deus é o caminho para recolocá-la no lugar próprio: o centro da vida do cristão.
2. Conhecer a Palavra
Qual o conhecimento que interessa? Certamente, o dos estudiosos que ajudam a compreender melhor o texto sagrado, situando o leitor no tempo e no lugar da sua redação, ajudando a perceber o sentido profundo do que é dito, mostrando o modo como diversas tradições se conjugaram para trazer à luz os textos que hoje lemos – em suma, mostrando como Deus foi agindo, com sabedoria e pedagogia, para dar a conhecer o seu projeto de salvação. Tratando-se, porém, da Palavra de Deus, importa ainda mais aquele conhecimento que resulta do convívio diário com essa Palavra, da sua leitura meditada, do deixar-se questionar por ela... Quando assim acontece, a Palavra de Deus não fica no passado, torna-se Palavra viva, encontro pessoal com Deus, diálogo com Ele, caminho feito com aqueles que Deus escolheu para Se dar a conhecer à humanidade. Mas, para ter solidez e evitar fideísmos ou racionalismos fundamentalistas, este conhecimento deve acontecer em Igreja e deve estar aberto à informação trazida pelo estudo aturado da Bíblia, em Igreja. Pois só em Igreja a verdade da Bíblia – que é verdade de Deus sobre o homem e, portanto, verdade salvadora – se torna plenamente acessível ao crente. Além disso, este contexto eclesial é a melhor garantia face à enxurrada de opiniões, mentiras, especulações, manipulações de que a Bíblia é, atualmente, alvo – em programas de televi-são pretensamente científicos, em livros de exegese, em romances pseudo-históricos, em filmes sem categoria...
3. Acolher e viver a Palavra...
O conhecimento da Palavra de Deus leva com naturalidade ao seu acolhimento, isto é, ao acolhimento de Deus que nos fala. Não se trata de sentimentalismo, mas de verdadeiro encontro entre pessoas: Deus, que conhece cada um de nós e nos é mais íntimo do que nós mesmos (Santo Agostinho), e o crente, que se vai adentrando, lentamente, no mistério de Deus e, pelo desejo e pela ação do Espírito Santo, se vai esvaziando de quanto impede Deus de fazer n’Ele a sua morada. Acolher a Palavra para viver a Palavra, ou seja, acolher Deus para viver com Ele, melhor ainda, viver n’Ele, d’Ele e para Ele. Quando assim acontece, a relação do crente com a Palavra de Deus muda radicalmente. Não se trata mais de um texto lido ou escutado distraidamente, com enfado, como quem cumpre uma rotina. Há nele uma originalidade primeira, impondo-se ao leitor ou ouvinte, surpreendendo-o, convidando-o ou forçando-o a mudar o seu estilo de viver. Não se sai ileso deste encontro. Mas os ferimentos não são de morte, antes princípio de abundância e alegria.
4. ... como fonte de liberdade e alegria
A alegria é a conseqüência natural do encontro entre amigos. Há palavras trocadas, gestos de afeto partilhados, tempo para falar e para escutar... Há, sobretudo, uma experiência de leveza interior e de bem estar que se exprime no riso fácil, não fingido, na refeição partilhada, no repouso distendido. Conhecer, acolher e viver a Palavra de Deus, ou seja, o próprio Deus que fala «como um amigo ao seu amigo» não pode senão resultar num tempo de qualidade marcado pela alegria. O cristão que se deixa encontrar pela Palavra é alguém sempre sereno e alegre – a um nível profundo, bem interior, não raro manifestado exteriormente, mas cuja essência é uma interioridade inalterada, mesmo quando as circunstâncias exteriores são de sofrimento e angústia. Viver assim é ser livre: livre dos medos, dos respeitos humanos; livre no presente e livre face ao futuro; livre para se confiar a Deus e confiar-nos outros; livre mesmo oprimido, perseguido, marginalizado. Será isto uma ilusão? Não responda sem ter feito a experiência...
Elias Couto

Fonte: Agência Ecclesia – 07/09/09

sexta-feira, 4 de setembro de 2009

EVANGELHO DO DOMINGO: “EFATÁ!", “ABRE-TE”

TANGER, sexta-feira, 4 de setembro de 2009 - Comentário sobre o Evangelho deste domingo (04/09/09), 23º do Tempo Comum (Mc 7, 31-37), escrito por Dom Santiago Agrelo OFM, arcebispo de Tanger (Marrocos).
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Naquele tempo, Jesus saiu de novo da região de Tiro, passou por Sidônia e continuou até o mar da Galileia, atravessando a região da Decápole.
Trouxeram então um homem surdo, que falava com dificuldade, e pediram que Jesus lhe impusesse a mão. Jesus afastou-se com o homem, para fora da multidão; em seguida, colocou os dedos nos seus ouvidos, cuspiu e com a saliva tocou a língua dele. Olhando para o céu, suspirou e disse: “Efatá!”, que quer dizer: “Abre-te!”
Imediatamente seus ouvidos se abriram, sua língua se soltou e ele começou a falar sem dificuldade. Jesus recomendou com insistência que não contassem a ninguém. Mas, quanto mais ele recomendava, mais eles divulgavam. Muito impressionados, diziam: “Ele tem feito bem todas as coisas: Aos surdos faz ouvir e aos mudos falar”.

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Efatá é o nome de uma escola em Tánger, de educação especial para crianças surdas e mudas. Efatá foi a palavra que Jesus pronunciou antes de que o surdo experimentasse que “seus ouvidos se abriram, sua língua se soltou e ele começou a falar sem dificuldade”. E este é o nome que recebe na celebração do Batismo cristão um rito que recorda e atualiza o que Jesus fez quando curou aquele surdo que gaguejava. Naquele dia, o celebrante, tocando com o dedo polegar seus ouvidos e sua boca, disse: “O Senhor Jesus, que fez os surdos ouvirem e os mudos falarem, lhe conceda que possa logo ouvir sua Palavra e professar a fé para louvor e glória de Deus Pai.”
Efatá é uma palavra chave na liturgia deste domingo; palavra que o Senhor pronuncia hoje para todos e que tem, para cada um de nós, uma ressonância pessoal.
Você pode intuir que esta Efatá, foi a palavra dita pelo Senhor quando o mar se abriu para a passagem dos escravos rumo à liberdade.
Vossa voz, ó Deus, ressoou no deserto: “Efatá!”, para que o céu desse seu pão e a rocha desse sua água. “Efatá!”, dissestes, e abristes, como com uma faca, as águas do Jordão, que se tornaram porta pela qual entraram vossos filhos à terra das vossas promessas.
“Efatá!”, disse Deus, e se abriram os céus sobre o batismo de Jesus e sobre a humildade do seu batismo; e se abriu o paraíso sobre a cruz de Jesus, e o paraíso ficou à mercê dos ladrões; e se abriram os sepulcros, e os vencidos fugiram da morte.
Não diga “Abrir-se-ão os olhos do cego e os ouvidos do surdo”, porque a palavra se cumpriu, a profecia já é evangelho, a promessa se tornou realidade e agora, com Cristo, o Senhor, em comunhão com Cristo ressuscitado, você, que estava morto, vê e escuta e entra com Ele pelas portas abertas de Deus.
“Louva, alma minha, o Senhor!”
Agência: Zenit

MADRE TERESA, 12 ANOS DEPOIS


Agnes Gonxha Bojaxhiu, a futura madre Teresa, nasceu no dia 26 de Agosto de 1910 em Skopje, Macedonia, numa família de origem albanesa. Agnes deixou a sua casa em setembro de 1928, entrando no convento de Loreto em Rathfarnam, (Dublim), Irlanda, onde foi acolhida como postulante no dia 12 de Outubro e recebeu o nome de Teresa, como a sua padroeira, Santa Teresa de Lisieux.
Foi enviada pela congregação do Loreto para a Índia e chegou a Calcutá no dia 6 de Janeiro de 1929. Tendo apenas chegado lá, entrou no noviciado de Loreto, em Darjeerling. Fez a profissão perpétua como irmã do Loreto no dia 24 de Maio de 1937, e daquele dia em diante foi chamada Madre Teresa.
No dia 10 de Setembro de 1946, no comboio que a conduzia de Calcutá para darjeeling, Madre Tereza recebeu aquilo que ela chamou “chamamento no chamamento”, que teria feito nascer a família dos Missionários da Caridade, Irmãs, Irmãos, Padres e Colaboradores.
Ao longo dos anos 50 e no inicio dos anos 60, Madre Teresa estendeu a obra das Missionárias da Caridade seja internamente dentro Calcutá, seja em toda a Índia. No dia 1 de Fevereiro de 1965, Paulo VI concedeu à Congregação o “Decretum Laudis”, elevando-a a direito pontifício. A primeira casa de missão aberta fora de Calcutá foi em Cocorote, na Venezuela em 1965. Do final dos anos 60 até 1980, as Missionárias da Caridade cresceram seja em número de casas de missão abertas em todo o mundo, seja no número dos seus membros.
Em 1979, Madre Teresa recebeu o Prêmio Nobel da Paz, como reconhecimento pelo seu trabalho.
No final dos anos 80 e durante os anos 90, não obstante os crescentes problemas de saúde, Madre Teresa continuou a viajar pelo mundo para a profissão das noviças, para abrir novas casas de missão e para servir os pobres e aqueles que tinham sido atingidos por diversas calamidades.
Às 9h30 da noite do dia 5 de Setembro de 1997, ela morreu na Casa Geral. No dia 13 de Setembro teve um funeral de Estado e o seu corpo foi conduzido num longo cortejo através as estradas de Calcutá. Chefes de Estado e de Governo, Rainhas e enviados especiais chegaram para representar os países de todo o mundo.
Foi beatificada por João Paulo II a 19 de Outubro de 2003, após o Papa polaco ter dispensado o período de espera de 5 anos para a abertura da Causa de Canonização.
Fonte: Agência Ecclesia

CARDEAL HUMMES CRITICA PADRES «FUNCIONÁRIOS»

Prefeito da Congregação para o Clero encerrou Simpósio nacional, em Fátima

O Prefeito da Congregação para o Clero, cardeal Cláudio Hummes, afirmou esta manhã (4 de Setembro) em Fátima que alguns padres fizeram um encontro “insuficiente e superficial” com Jesus Cristo e converteram o ministério ordenado recebido “numa espécie de profissão eclesiástica, que desenvolvem como funcionários que aprenderam a fazer a função”.

O Cardeal brasileiro falava na conferência de encerramento do VI Simpósio do Clero de Portugal. Na ocasião, pediu aos padres que sejam missionários. Na intervenção, o responsável do Vaticano referiu que a cultura atual “promove uma descristianização, por demais visível, na maioria dos países cristãos, especialmente no Ocidente”. Neste contexto, caiu também o número de vocações sacerdotais e a quantidade dos padres “reduziu-se drasticamente”, seja pela falta de vocações seja pelo “influxo do ambiente cultural em que vivem”.

Ao longo de 4 dias e subordinado ao tema «Reaviva o Dom que há em ti», o VI Simpósio para o Clero reuniu, em Fátima, mais de 800 padres de todas as dioceses de Portugal. Depois de uma breve análise do mundo contemporâneo, o Cardeal Cláudio Hummes sublinha que “não devemos nem desencorajar-nos nem ter medo da sociedade atual nem, simplesmente, condená-la”.

Ontem, num encontro com os jornalistas, o cardeal brasileiro realça que “se deve voltar sempre à identidade que Cristo instituiu: ser pastor e guiar a comunidade”. Esta é uma tarefa urgente que “os últimos papas não se cansaram de insistir”. “Existe um novo paganismo e não é suficiente que nós procuremos manter o rebanho já existente” – afirma. E acentua: “Não podemos limitar-nos a atender e evangelizar as pessoas que nos procuram na Igreja e na casa canônica”. Interpelado pelos jornalistas sobre a questão do celibato, o Prefeito da Congregação para o Clero sublinha que a “Igreja continua firme e para ela é clara que o celibato é um dom e carisma – e também uma lei eclesiástica – dado por Deus”. Durante o período formativo no seminário, é “fundamental perceber se ele recebeu o carisma do celibato”.

Se isso não aconteceu, o candidato “não pode ser ordenado por mais que tenha outras boas qualidades”. Na conferência de encerramento – subordinada ao tema «Renova nos seus corações o espírito de santidade» – o cardeal Cláudio Hummes disse aos participantes que a “missão é urgente” e constitui também “uma das oportunidades mais eficazes para renovar a vida sacerdotal”.

Fonte: Agência Ecclesia

quinta-feira, 3 de setembro de 2009

EVANGELHO SEGUNDO S. LUCAS 5,1-11

Comentário ao Evangelho do dia feito por : Santo António de Lisboa (c. 1195-1231), franciscano, Doutor da Igreja Sermões para o Domingo e as festas dos santos (a partir da trad. de Bayart, Eds. franciscanas 1944, p. 187 rev.)
«Não tenhas receio; de futuro, serás pescador de homens.»
«Porque Tu o dizes, lançarei as redes». É por indicação da graça celeste, por inspiração sobrenatural, que se deve lançar a rede da pregação. Senão é em vão que o pregador lança as linhas das suas palavras. A fé dos povos obtém-se, não através de discursos sabiamente compostos, mas pela graça da vocação divina. [...] Ó frutuosa humildade! Quando aqueles que até aí não tinham pescado nada confiam na palavra de Cristo, apanham uma multidão de peixes. [...]
«Porque Tu o dizes, lançarei as redes». Cada vez que por mim próprio as lancei, quis guardar o que me pertencia. Fui eu que pesquei e não Tu, foram as minhas palavras e não as Tuas. Por isso não pesquei nada. Ou, se pesquei qualquer coisa, não foi peixe, mas rãs, prontas a espalhar lisonjas sobre mim. [...]
«Porque Tu o dizes, lançarei as redes». Lançar a linha por ordem de Jesus é atribuir-Lhe tudo e não guardar nada para si mesmo: é viver em conformidade com o que se pesca. Nessa altura, apanhamos uma grande quantidade de peixes.